Sovrapposizioni temporali

Sovrapposizioni temporali



Due famiglie… nello stesso appartamento!

E in questi momenti  si può anche toccare con mano l’altra realtà, come dimostra l’esperienza vissuta da Daniele Clozza di Genova.
“Nell’estate del 1966” – racconta Daniele – avevo solo 18 anni, ma ero già miope come una talpa. Per me la miopia elevata era un fatto congenito e irreparabile. Giravo con spesse lenti da -15 diottrie che facevano quel che potevano, ma rimpicciolivano tutto l’universo. I numeri dei portoni erano spesso poco leggibili per me e quindi avevo preso l’abitudine di fissarmi dei punti di riferimento. Quando l’amico Michele era andato ad abitare con la sua famiglia in Piazza Paolo da Novi, qui a Genova, mi ero trovato la vita più semplice nell’andarlo a trovare. Innanzitutto perché la piazza era una piazza anomala: aveva solo tre lati. Il quarto era appoggiato al Corso Buenos Aires che passava accanto e da quel lato v’era solo qualche aiuola. In più, il corso era più alto della piazza e si accedeva ad essa con una rampa per gli automobilisti e due scalette per i pedoni. Una configurazione invero particolare. Per giunta la prima volta che ero stato lì avevo scoperto che il portone del mio amico (il numero 1) era proprio il primo che si incontrava dopo aver sceso la scaletta di destra. Comunque avevo fissato un punto di riferimento: il portone aveva accanto, guardandolo alla sua destra, il negozietto di un fotografo. Il palazzo non aveva ascensore ed il mio amico abitava proprio nell’unico appartamento all’ultimo piano: nell’ingresso c’era una scala a chiocciola che portava alla soffitta, che era poi la stanza del mio amico. Dalle sue finestre si vedeva direttamente la cupola della vicina chiesa di Santa Zita. Quel giorno d’estate, riandandolo a trovare, non mi pare di avere avuto pensieri particolari. Era caldo, ma non troppo. Il sole era più tranquillo di quanto lo sia ora. Scesi dall’autobus davanti al cinema Augustus e percorsi i tre isolati (compresa la chiesa) che mi separavano dalla piazza. Svoltai a destra scendendo poi la scaletta di pietra e, facendo i pochi metri che mi separavano dal portone, entrai tranquillamente. Salii le scale fino all’ultimo pianerottolo. Suonai e dopo poco mi aprì uno sconosciuto. “C’è Michele?” chiesi tranquillamente. “Qui non abita nessun Michele” rispose l’individuo. “Mi scusi, debbo essermi sbagliato” farfugliai confuso.
Mi voltai e ridiscesi le scale sentendomi uno stupido: dovevo essere entrato nel portone sbagliato. Uscii dal portone e mi voltai a guardarlo: ma era proprio il primo, con accanto il negozietto del fotografo. Non mi ero sbagliato. Rientrai e risalii lentamente le scale. Giunto sull’ultimo pianerottolo mi chinai a leggere il cognome sul campanello: non era quello della famiglia del mio amico. Avevano traslocato? Ma se ero stato da loro pochi giorni prima! E poi si erano trasferiti lì da forse un mese…. Molto perplesso, risuonai il campanello. “Mi scusi” dissi al tizio che era ricomparso “ma non abita più qui la famiglia Costanzo?”   “Non so chi siano” rispose l’uomo. Nel frattempo il mio sguardo cadeva su di un paravento verde a fiori gialli che era alle sue spalle e dal quale spuntava la scala a chiocciola che portava in soffitta. “Abitavano qui” – insistetti – “Non sa mica dove siano andati?” . “Non ne so niente. Noi abitiamo qui da mesi” disse. Farfugliai un ringraziamento e ridiscesi lentamente le scale. Giunto fuori mi pareva che il sole fosse diventato improvvisamente intollerabile. Il portone era quello, il negozio era lì, l’appartamento era giusto… ma il mio amico non c’era. E cos’aveva detto lui? “Siamo qui da mesi”. E allora da chi ero stato la settimana precedente? Tornai a casa lentamente, sentendomi piuttosto incerto sul da farsi.
Mi ci vollero alcuni giorni per trovare il coraggio di tornare da Michele. Lo trovai a casa sua, lì dove ero già stato, con la sua famiglia e il cognome giusto sul campanello e non c’era il paravento verde davanti alla scala. Mi confermò che non si erano mai spostati da lì”.

Dino Colognesi