Le materie prime guadagnano più delle banche

Le materie prime guadagnano più delle banche



I numeri sono da capogiro. Nel corso dell’ultimo decennio i venti più grandi commercianti di materie prime del mondo hanno intascato 191 miliardi di euro, più dei giganti del settore auto Toyota, Volkswagen, BMW, Renault e Ford (179 miliardi) e dei grossi gruppi bancari JPMorgan, Goldman Sachs e Morgan Stanley (171 miliardi). Eppure i loro nomi (Glencore, Vitol, Trafigura, Gunvor, Cargill, Archer Daniels Midland, Louis Dreyfus, Wilmar, Noble, Mitsubishi, Mitsui) non sono ancora noti al grande pubblico. I dati di vendita delle materie prime sono ancora più eloquenti: il reddito dei dieci maggiori operatori nel 2012 è stato di circa 916 miliardi di euro, l’equivalente del PIL della Corea del sud. I dati elaborati dal Financial Times disegnano un paesaggio suggestivo e finora sconosciuto. Il quotidiano della City mette in discussione la dimensione di questi intermediari il cui bisogno di liquidità supera la capacità stessa delle banche di concedere prestiti. Così, quando la russa Rosneft decide di acquisire la rivale TNK-BP per creare il primo gruppo di petrolio e va in cerca di 42 miliardi di euro, non li chiede alle banche ma a due commercianti, Glencore e Vitol. E anche se oggi la richiesta di materie prime è in calo, loro possono sempre stoccarli ed attendere che tutto riparta. Per questo motivo i mercati finanziari asiatici entrano in gara per diventare il “fulcro” di scelta dei commercianti. Singapore, che già prevede a determinate condizioni un quasi imbattibile tasso del 5%, vede la sua offerta in concorrenza con Shanghai, Hong Kong e Kuala Lumpur, anche loro in gara per i mercati emergenti. Secondo il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, il commercio di cereali è salito del 20% tra il 2001 e il 2010, a fronte di meno del 2% nel corso del decennio precedente e di un calo del 0,9% tra il 1981 e il 1990. Tuttavia, l’industria è ora di fronte a segnali negativi. I benefici iniziano a ristagnare e la redditività è in declino. L’utile netto della Vitol, specializzata in olio, è sceso l’anno scorso a 800 milioni di euro, il livello più basso dal 2004, meno della metà del suo utile di 1 miliardo e 740 milioni di euro del 2009.

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