I nuovi braccialetti: dal cuore alla mente

I nuovi braccialetti: dal cuore alla mente



Il gruppo di coloro che si mettono un braccialetto al polso per misurare i battiti cardiaci è in crescita esponenziale, dando vita ad un mercato multimiliardario di indossabili. Oltre ai battiti, si contano i passi e, le donne, possono misurare la temperatura per individuare il momento migliore per procreare. Probabilmente, uno dei marchi maggiori è Fitbit, che nel 2015 ha venduto più di 21 milioni di pezzi, stando ad un’analisi di mercato della International Data Corporation. Un’altra società di analisi dei dati di mercato, la CCS Insight, prevede che gli indossabili arriveranno ad un valore di 34 miliardi di dollari entro la fine di questo decennio. Già un giovane su 10 indossa un misuratore di attività, tipo il Fitbit, stando ad un sondaggio condotto su 6.223 adulti americani condotti dalla Endeavour Partners nel 2014. Ma capita che un terzo delle persone che hanno inizialmente acquistato e utilizzato uno di questi braccialetti vi rinuncia entro i primi sei mesi. Sarebbe interessante capire il perché. Forse, ora, si pentono di aver abbandonato la monitorizzazione? O forse interessava soltanto conoscere il loro stato per un breve momento? Queste ed altre domande si sono posti all’Università di Washington per studiare il rapporto tra auto-tracking e bisogni della persona. “Si scopre che non c’è una risposta semplice e scontata”, dice Sean Munson, professore presso Department of Human Centered Design & Engineering. Munson descrive la sua ricerca come un modo per aiutare le persone a dare un senso ai dati che raccolgono, i quali potrebbero aiutarli a cambiare il loro comportamento, l’attività fisica, la dieta o le abitudini di spesa. Da ricerche precedenti, gli scienziati hanno rilevato che molte persone non hanno notato alcun cambiamento da prima a dopo la monitorizzazione, altre invece provano un senso di colpa nel conoscere i  loro dati biologici ed altre sono ben contente di non avere più niente da monitorare e gestire. Un nuovo documento presentato il mese scorso presso l’Association for Computing Machinery, ha esplorato le motivazioni che potrebbero incoraggiare le persone a recuperare il loro braccialetto dal cassetto dove l’hanno riposto. Circa la metà degli utenti Fitbit intervistati dai ricercatori dicono di sentirsi in colpa per aver abbandonato il braccialetto e quasi tutti vorrebbero riprendere la monitorizzazione. Probabilmente i produttori dovrebbero pensare a come personalizzare il rilevatore in modo che gli utenti siano coinvolti all’uso e chi lo avesse abbandonato possa tornare ad utilizzarlo. Munson e l’industria stanno già affrontando il problema su come personalizzare le rilevazioni per ri-coinvolgere gli utenti, tenendo presente che qualsiasi soluzione non potrà mai andare bene per tutti. Ci sono proposte per monitorare la propria alimentazione, ma anche concetti più profondi che coinvolgono concetti yogi. Proprio quest’anno, Sensio Solutions ha introdotto il braccialetto Feel, con quattro sensori bio che registrano i battiti del cuore, la risposta galvanica della pelle, la temperatura della pelle e l’attività. Alcuni algoritmi, poi, traducono i dati ricevuti in emozioni e un display visualizza i momenti alti e bassi della giornata consigliando di eseguire determinati esercizi, anche di yoga, per aiutare la persona a de-stressarsi.

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