Coronavirus: sarà la prossima pandemia?

Coronavirus: sarà la prossima pandemia?



Lo scorso settembre un medico di un ospedale saudita è stato licenziato per aver segnalato un nuovo ceppo mortale di coronavirus. Ora, dopo che il 50% dei casi confermati ha portato alla morte, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha emesso un allerta globale e gli scienziati si stanno preparando al peggio. Ma torniamo ai fatti. A metà giugno dello scorso anno, Ali Mohamed Zaki, un virologo del Dr. Soliman Fakeeh Hospital di Jeddah (Arabia Saudita) ha ricevuto una chiamata da un medico preoccupato per un suo paziente. L’uomo, 60 anni, era stato ricoverato in ospedale con una grave polmonite virale e il medico voleva che il dottor Zaki identificasse il virus. Furono eseguiti alcuni test classici e tutti risultarono negativi. Perplesso dai risultati, il dottor Zaki ha inviato un campione a un laboratorio di virologia di primo piano presso la Erasmus Medical Centre di Rotterdam. Mentre aspettava che il team olandese esaminasse il virus, il dottor Zaki ha provato nuovamente ad eseguire un test sui campioni precedenti. Questa volta ha ottenuto un risultato positivo ed ha dimostrato che l’agente infettivo apparteneva ad una famiglia di agenti patogeni chiamati coronavirus. Anche il raffreddore comune è causato da un coronavirus, come pure la mortale SARS. Zaki ha subito avvertito il laboratorio olandese, il quale ha confermato i suoi timori. Non solo, si trattava di un coronavirus che nessuno aveva intercettato fino ad allora. Per avvisare gli altri scienziati, Zaki ha pubblicato una nota sulla ProMED, un sistema di Internet reporting progettato per condividere rapidamente i dettagli di malattie infettive e le epidemie con i ricercatori e le agenzie di sanità pubblica. La mossa gli è costata cara. Una settimana più tardi, Zaki era di nuovo nella sua nativa Egitto, licenziato dal suo ospedale, dice, sotto la pressione del Ministero della Salute saudita. “Non è piaciuto loro quanto è apparso su ProMED ed hanno costretto l’ospedale ad interrompere il mio contratto”, ha detto Zaki al Guardian. “Sono stato costretto a lasciare il mio lavoro per questo, ma era mio dovere farlo. Questo è un virus grave”. E l’effettiva gravità è stata manifestata dal paziente sessantenne la cui salute diminuiva giorno per giorno. La sua polmonite era peggiorata, il respiro era sempre più breve, i reni e altri organi vacillavano. Nonostante le cure e la ventilazione meccanica per aiutarlo a respirare, dopo 11 giorni dal suo arrivo in ospedale è morto. Il caso di Jeddah sembrava più intrigante che terrificante. Il virus che lo ha ucciso si ritiene della stessa famiglia, anche se geneticamente diverso, di quello che provoca la SARS, la quale ha ucciso 800 persone nel 2003. Allora la SARS ha fatto paura perché si diffondeva facilmente e spesso portava alla morte. In questo senso, il paziente di Jeddah era un caso singolo. O così sembrava, perché il virus scoperto lo scorso settembre è risultato presente in 15 pazienti, metà dei quali sono morti. L’ultimo decesso, un saudita, riguarda un paziente di 39 anni morto in settimana. I numeri non sono ancora allarmanti ed il virus sembra trasmettersi da persona a persona. Questo dà più tempo per conoscere il virus e prepararsi al peggio. “Non sappiamo se questo virus abbia la capacità di scatenare una vera epidemia. Siamo completamente all’oscuro su questo”, dice Ron Fouchier, virologo molecolare presso il Centro Medico Erasmus che ha individuato il virus inviato da Zaki. “Pensiamo e temiamo che ciò che vediamo sia solo la punta di un iceberg, ma non sappiamo quanto sia grande l’iceberg o dove sia”. Per precauzione, un gruppo europeo chiamato Silver ha iniziato ad esaminare centinaia di farmaci approvati dalla Food and Drug Administration statunitense (FDA), che potrebbero funzionare contro il virus. La logica è semplice: se altri casi dovessero apparire in Europa, i medici avrebbero almeno un farmaco per la prima linea di difesa in attesa di predisporre un vaccino. “Abbiamo selezionato setto-otto farmaci che potrebbero agire contro il coronavirus, ma abbiamo bisogno di verifiche per capire se siano veramente efficaci”, ha detto al Guardian Eric Snijder, virologo molecolare alla Leiden University.

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